Ricovero

Mi addormento piangendo, mi risveglio piangendo, non so come uscire da questa situazione. L’unico posto che mi viene in mente per poter stare tranquilla e riprendere il controllo della mia mente è il centro di salute mentale. Decido di chiedere un ricovero.
Mi alzo, sto malissimo, chiamo per avvisare che non andrò in ufficio. Anche se il ricovero mi sembra l’unica soluzione mi spaventa perché non so come fare per il lavoro, verrebbero a sapere che sono malata di mente e io non voglio. Vorrei farmi ricoverare, ma non ho nessuno che mi accompagni, mio papà proprio quella mattina sta facendo un lavoro ed è irrintracciabile. In teoria dovrebbe finire a metà mattina, torno a letto, piango, cerco di resistere pensando che si tratta di qualche ora, che dopo finalmente potrò stare tranquilla per tutto il tempo che mi serve. Le ore passano, mio papà non arriva, non so come fare, nessuno può portarmi in ospedale. Finalmente la mia mente è così prostrata da accendere il pilota automatico, non mi calmo, rimango sconvolta ma ho una specie di dissociazione che mi permette di comportarmi in maniera normale. Chiamo il mio medico di base, rimango inspiegabilmente lucida e calma, non gli dico niente del fatto che sono completamente impazzita, gli chiedo solo un miorilassante diverso da quelli che sto prendendo perché non funzionano. Me ne ordina uno ad azione centrale, nel tardo pomeriggio finalmente mio papà rientra, mi accompagna in farmacia, ancora con il pilota automatico che mi permette di reggermi in piedi, inizio a prendere il mio rilassante e il giorno dopo i dolori diminuiscono moltissimo.
Accantono momentaneamente l’idea del ricovero, mi concentro sul fatto che devo resistere ancora una settimana, poi avrò l’incontro con la psicologa. Decido di non decidere niente fino a quando non avrò parlato con lei, decido di tenere duro un giorno alla volta, di non pensare a niente, di far affidamento a quella dissociazione che per ora mi permette di sopravvivere, e non so come visto che l’unica cosa che vorrei è farla finita.

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Stavolta meglio

Questa settimana sono dovuta tornare dallo psichiatra, per le crisi che sono diventate sempre più invalidanti, intralciando pesantemente il mio lavoro ed ogni altra attività, anche piccola.
Stavolta è stato più disponibile, mi ha dedicato il tempo che mi serviva, mi ha cambiato la terapia aumentando un farmaco per stabilizzare l’umore e togliendone un altro, io gli ho fatto un sacco di domande e lui ha risposto molto tranquillamente, senza guardare l’orologio. La visita alla fine è durata circa mezz’ora, non pretendo che duri due ore, ma che ci sia tempo sufficiente. Mi ha fatto sentire più tranquilla. Per capire meglio cosa mi succede mi ha chiesto di sua spontanea volontà, ed è la prima volta in 4 anni, di farlo chiamare dalla mia psicologa per confrontarsi con lei, dato che io non sono riuscita a trovare un fattore scatente per queste crisi. Secondo lui dipende dalla frustrazione che non riesco a gestire, sia nelle piccole cose che vengono amplificate e scatenano una crisi nell’immediato, sia la sensazione generale di frustrazione legata al fatto di soffrire di dolore cronico, che provoca crisi in generale.
Era proprio questo di cui avevo bisogno, un essere umano disposto a cercare di curarmi, ci voleva tanto a capirlo? Non voglio lasciare spazio alle recriminazini, farebbero male solo a me. Stavolta è andata bene, concentriamoci su quello.

7 euro al minuto

L’ultima visita dallo psichiatra è stata così penosa per me che ho dovuto aspettare due mesi prima di riuscire a scrivere questo post senza mettermi a piangere al solo pensiero. E’ durata solo 10 minuti, è costata 70 euro, sette euro al minuto, più di quanto io guadagni in un’ora con il mio stipendio di impiegata. A fine dicembre ero andata perché mi sembrava di stare meglio, volevo iniziare a scalare le medicine e gli ho chiesto da cosa iniziare. Lui mi ha dato due indicazioni, stop. Vorrebbe che non prendessi antidolorifici perché fanno solo male. Facile, come si suol dire, fare il frocio col culo degli altri, sono io che devo sopportare dolori forti e continui, andare a lavorare lo stesso per quanto stia male. E poi sembra che siano solo gli oppiacei a farmi male, mentre le medicine che mi prescrive lui sono innocue. Gli ho detto che dagli esami che mi ha prescritto la strana dottoressa di terapia antalgica risultava una grossa carenza di vitamina D, gli ho chiesto se può dipendere da una delle medicine, mi ha detto di no (potrebbe anche essere vero, ma il mio medico di base mi ha detto di sì, e la stessa cosa c’è scritta sul foglietto illustrativo, e anche sulle linee guida del ministero della salute), gli ho chiesto se, dato che prendo medicine tutti i giorni da anni, sia il caso di fare qualche altro esame per verificare se è tutto a posto, mi ha detto che dovrei fare una volta all’anno i “soliti” esami. E allora perché non me li hai mai prescritti in 4 anni che sono in cura da te? Ho pensato ma evitato di dirgli. Gli ho chiesto quali sono (funzionalità epatica e renale, elettrocardiogramma) e se poteva prescrivermeli, mi ha detto di arrangiarmi con il mio medico. Fine della visita, ciao. Ma cazzo, ti ho appena dato 70 euro, cosa ti costa scrivere due righe e prescrivermeli te? E poi la cosa più bella “Quando li hai fatti non occorre che me li porti, basta che mi dici che sono pronti e li guardo sul computer”. Quello che ho capito io? “Non venire a disturbarmi per i tuoi esami che tanto non me ne frega un cazzo”.
Lo so che può sembrare una cosa da bambina, ma è frustrante vedere che con gli altri pazienti è gentile e disponibile e con me no, una volta lo era. Che per gli altri le visite possono anche prolungarsi oltre l’orario e mentre gli parlo io guarda l’orologio. Cazzo, come fai a non capire che questa cosa mi fa stare malissimo, visto che te l’ho anche detto esplicitamente? E’ già difficile rivolgersi ad un centro di salute mentale, dover implorare aiuto da uno sconosciuto al quale non avresti nessuna voglia di raccontare cose così intime, ti aspetteresti di trovare un ambiente dove sentirti accolta e protetta, invece ogni volta che lo vedo sto peggio di prima. Dovrebbe essere il contrario.

Cambio di dosaggio

La nuova terapia alla quale ho deciso autonomamente di tornare, ma che è quella che in passato mi era stata prescritta dallo psichiatra e per un periodo aveva funzionato (quindi dire che mi sto curando da sola di testa mia è sbagliato), mi sta creando gli stessi effetti collaterali dell’altra volta: ho sempre sonno, mi sento gli occhi pesanti, mi fa molto male la testa, al tempo stesso sono agitata, non riesco a dormire, il mio cervello non si spegne mai, ma nonostante lavori continuamente e velocemente non riesco ad essere efficiente, non riesco a prendere decisioni nemmeno piccole, ieri sera ci ho impiegato mezz’ora per piegare due maglioni e decidere quale indossare stamattina per venire a lavorare, e non perché fossi incerta su qual’era il più bello ma proprio per incapacità di decidere. Per questo spero che questo sia solo un modo di tamponare in attesa di una cura migliore, perché i dolori sono diminuiti, ma la qualità della vita non è certo migliorata. In aggiunta, non so se per colpa del cambio di dosaggio degli antidepressivi, mi sento spesso triste.

Mi arrangio

Premessa: qui racconto la mia battaglia contro la depressione e il dolore cronico, non è detto che quello che faccia sia giusto, non voglio invogliare nessuno a fare quello che faccio io.
Il dolore è sempre più insopportabile, la soluzione lontana. Ci vorranno ancora mesi prima di avere una visita e provare eventuali altre terapie.
Non posso aspettare così tanto, non ce la faccio, e poi se avessi chiesto il parere ad un medico di sicuro mi avrebbe detto di no, io invece avevo bisogno di provare a fare qualcosa, a non rimanere impotente di fronte al male. La mia soglia di tolleranza dei farmaci è bassissima, non so perché ma quando e se funzionano (e io sono particolarmente sfigata perché quello che fa star bene gli altri di solito con me non ha effetto), lo fanno solo per poche settimane.
Tempo fa lo psichiatra mi aveva prescritto un farmaco efficace sia contro la depressione che contro il dolore cronico, solita storia: leggero sollievo per un po’, poi basta. Chiamo lo psichiatra, riduciamo la dose e continuiamo a usarlo solo come antidepressivo, inutile prenderne di poù per niente.
Vado al centro di terapia anatalgica n. 1, mi prescrivono un forte antidolorifico oppiaceo, dolore diminuisce per un po’ di tempo, poi come bere acqua fresca nonostante aumenti velocemente il dosaggio.
Un paio di settimane fa ho voluto fare questo tentativo: eliminare gradualmente l’antidolorifico ormai inutile, che mi provocava un sacco di effetti collaterali, e aumentare di nuovo il dosaggio dell’antidepressivo.
Va un pochino meglio. So che non bisognerebbe curarsi da soli, ma finché non trovo qualcuno che abbia voglia e capacità di farlo continuo ad arrangiarmi.
Inutile dire che il morale non è esattamente alle stelle…

Abitudine

Due settimane fa sono andata dallo psichiatra e mi ha raddoppiato gli antidepressivi per il dolore cronico. L’effetto è stato quasi immediato, in un paio di giorni i dolori sono diminuiti tantissimo. Il beneficio è durato solo 5-6 giorni, poi tutto è tornato tutto come prima, come se non avessi mai preso quel farmaco. Forse il mio corpo si è già abituato e dovrò aumentare la dose. Paradossalmente avrei preferito che questo miglioramento, se doveva essere solo momentaneo, non ci fosse: in parte perché mi ero illusa che non fosse temporaneo, e ci sono rimasta male quando la mia speranza è stata delusa, ma soprattutto perché in quei pochi giorni avevo riscoperto cosa vuol dire avere una vita normale, sto male da così tanto tempo che non me lo ricordavo più, e mi sono resa conto di quanto il mio problema sia invalidante, quante cose mi perdo. E ora che il dolore è tornato insopportabile, è ancora più dura di prima. Meno male che ho la mia psicologa…

Come se fosse colpa mia

Dato che le medicine per il dolore cronico hanno funzionato solo per un paio di settimane e poi tutto è tornato come prima, sabato andrò dallo psichiatra per vedere se aumentarle, sostituirle, o cosa fare. Questa cosa mi mette in crisi: iniziare una cura per il dolore cronico significa segnare uno spartiacque, aprire qualcosa che non posso più chiudere, l’immagine di me che per tutto il resto della mia vita dovrò ogni giorno prendere le stesse maledette pastiglie. Solo al pensiero mi viene da piangere e da vomitare. Nonostante il dolore mi accompagni senza sosta da ormai 13 anni, nonostante visite, intervento e terapie abbiano solo peggiorato la situazione, nonostante la frustrazione e le continue delusioni, evidentemente c’è una piccola parte di me che vuole ancora credere che ci sia una soluzione che mi faccia stare bene senza essere dipendente dai farmaci. E poi mi sento come se dipendesse da me, se fosse colpa mia se non ho ancora trovato una soluzione a questo problema, se non sono ancora riuscita a guarire. Come se non avessi fatto tutto il possibile.