Ricovero

Mi addormento piangendo, mi risveglio piangendo, non so come uscire da questa situazione. L’unico posto che mi viene in mente per poter stare tranquilla e riprendere il controllo della mia mente è il centro di salute mentale. Decido di chiedere un ricovero.
Mi alzo, sto malissimo, chiamo per avvisare che non andrò in ufficio. Anche se il ricovero mi sembra l’unica soluzione mi spaventa perché non so come fare per il lavoro, verrebbero a sapere che sono malata di mente e io non voglio. Vorrei farmi ricoverare, ma non ho nessuno che mi accompagni, mio papà proprio quella mattina sta facendo un lavoro ed è irrintracciabile. In teoria dovrebbe finire a metà mattina, torno a letto, piango, cerco di resistere pensando che si tratta di qualche ora, che dopo finalmente potrò stare tranquilla per tutto il tempo che mi serve. Le ore passano, mio papà non arriva, non so come fare, nessuno può portarmi in ospedale. Finalmente la mia mente è così prostrata da accendere il pilota automatico, non mi calmo, rimango sconvolta ma ho una specie di dissociazione che mi permette di comportarmi in maniera normale. Chiamo il mio medico di base, rimango inspiegabilmente lucida e calma, non gli dico niente del fatto che sono completamente impazzita, gli chiedo solo un miorilassante diverso da quelli che sto prendendo perché non funzionano. Me ne ordina uno ad azione centrale, nel tardo pomeriggio finalmente mio papà rientra, mi accompagna in farmacia, ancora con il pilota automatico che mi permette di reggermi in piedi, inizio a prendere il mio rilassante e il giorno dopo i dolori diminuiscono moltissimo.
Accantono momentaneamente l’idea del ricovero, mi concentro sul fatto che devo resistere ancora una settimana, poi avrò l’incontro con la psicologa. Decido di non decidere niente fino a quando non avrò parlato con lei, decido di tenere duro un giorno alla volta, di non pensare a niente, di far affidamento a quella dissociazione che per ora mi permette di sopravvivere, e non so come visto che l’unica cosa che vorrei è farla finita.

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Perché sono sparita

Da tanto tempo non aggiorno questo blog, non ce la facevo, ogni volta che ci pensavo mi mettevo a piangere a dirotto.
Il 24 aprile ho fatto una visita al centro di terapia antalgica n. 4; definirla visita è un eufemismo, dato che per l’ennesima volta non mi hanno visitata, non mi hanno ascoltata, non hanno cercato di capire la mia sofferenza, ingombrante sia dal punto di vista fisico che da quello psicologico, a causa delle grandi limitazioni che la mia malattia mi pone. Non mi hanno proposto delle soluzioni, non mi hanno dato la possibilità di fare fisioterapia in ospedale risparmiando un bel po’ di soldi. Non mi hanno proposto delle cure o delle terapie.
Avevo riposto tante speranze in questa visita, forse troppe, ma non è colpa mia, sto male da così tanto tempo che credo sia normale pensare di meritare un po’ più di considerazione e comprensione.
Per i primi due giorni sono rimasta come congelata, senza capire, senza pensare. Poi sono andata in frantumi, ho iniziato a piangere senza riuscire a fermarmi, ho ricominciato a pensare che l’unica vera soluzione per smettere finalmente di soffrire è quella di farla finita.

La mia brevissima esperienza al centro di terapia anatalgica n. 2 è finita miseramente.
Ho fatto due sedute di mesoterapia, praticamente questa dottoressa mi iniettava un anestetico sulla schiena, in diversi punti, sotto la pelle (è fastidioso, ma non fa male come sembra). Dovrebbe essere come l’anestesia che ti fa il dentista: fare effetto subito. Io per un paio d’ore mi sentivo i muscoli meno contratti, poi i dolori aumentavano tantissimo, anche per i giorni seguenti. Questa settimana avrei avuto la terza seduta, quando sono andata in ospedale le ho detto che stavo molto peggio, lei prima ha detto che non era possibile, lasciandomi spiazzata (come fai a dire che non è possibile, lo so io quanto mi fa male, cazzo!) poi ha concordato con me che era il caso di interrompere questa terapia.
Le dico “OK e adesso cosa facciamo?” risposta della dottoressa, più spiazzante di quella di prima “Niente, io faccio solo questo, prova ad andare da un’altra parte” EH??? Praticamente questa simpatica dottoressa ha una laurea in medicina, almeno in teoria, e qualunque problema tu abbia ti fa delle punturine che sarei capace di farti anche io, se funziona (e io ci credo che nella maggior parte dei casi funzioni) bene, altrimenti vai a farti fottere. E’ colpa mia se sono una sfigata diversa da tutto il resto del mondo?
Così ho dovuto prendere appuntamento con il mio medico di base (fra una settimana abbondante), dovrò spiegargli tutto, farmi fare un’impegnativa per un’altra visita, trovare l’ambulatorio di terapia antalglica n. 3, aspettare mesi e mesi che ci sia un posto libero, incrociare le dita e ricominciare il calvario daccapo. Non c’è da stupirsci che io sia depressa!!! Ho pianto così tanto che penso di essermi disidrata… Però “solo” per un paio d’ore, poi ho ripreso il controllo e devo farmi i complimenti da sola perché riesco ad essere serena e tenace, almeno per ora.

Piangere e arrabbiarsi

Qualche giorno fa ho subìto una terribile ingiustizia, un vero e proprio sopruso da parte di una persona prepotente il cui lavoro, al contrario, sarebbe quello di aiutarmi.
All’inizio mi sembrava di non averla presa tanto male, sono rimasta abbastanza indifferente; ancora una volta stavo reprimendo i miei sentimenti, stavolta al punto di ingannare non solo gli altri ma soprattutto me stessa.
Dopo un paio di giorni, quando sono andata a dormire, la mia mente ha iniziato a pensare insistentemente a quell’episodio, continuavo a riviverlo, e non riuscivo assolutamente a spengere il mio cervello. Ho iniziato a piangere, non sommessamente ma singhiozzando e con i lacrimoni come i bambini piccoli. Sfogarmi non mi ha aiutata, anzi ci pensavo con ancora maggiore insistenza e man mano che piangevo autoalimentavo la mia frustrazione, la mia tristezza, la mia rabbia, la mia impotenza, che continuavano ad aumentare. Ho messo in pratica un consiglio sentito (ancora una volta) al “dr. Oz show”: ho iniziato a fare a mente conteggi di matematica difficili, in questo modo si smette di usare la parte del cervello dedicata alle emozione e si inizia ad usare l’emisfero legato alla razionalità. Dopo pochi minuti che mi sforzavo di fare moltiplicazioni e divisioni mi sono accorta che in effetti mi stavo calmando, questo trucchetto funziona bene. Ora continuo in parte a reprimere e cerco di non pensare a quell’episodio spiacevole, e tanto meno ai miei problemi di salute, cerco di vivere un giorno alla volta.