#MeToo

Anch’io sono stata vittima di molestie sessuali, per anni. Anche io sul posto di lavoro, anche io non ho denunciato. Per paura, per vergona, perché mi sentivo in colpa, perché avrei perso il lavoro. Paradossalmente non perché non avessi nessuno che poteva difendermi, ma per il motivo opposto: se avessi raccontato tutto, quello che all’epoca era il mio ragazzo e che è l’uomo più buono del mondo di sicuro sarebbe andato a spaccargli le gambe con una mazza da baseball. I miei fratelli invece (senza sapere che mi stava succedendo) mi hanno detto, più di una volta, che se qualcuno osava toccarmi lo avrebbero ammazzato. Che loro non avrebbero fatto lo stesso errore di Sonny, che nel film “Il padrino” la prima volta si limita a pestare il marito di sua sorella che la picchiava.
L’idea che i miei fratelli e il mio ragazzo finissero in prigione mi terrorizzava.
E poi chi mi avrebbe creduto? Non avevo prove. Sicuramente qualcuno mi avrebbe detto che me l’ero cercata, che ero stata io a provocarlo, lo hanno detto anche di una delle mie migliori amiche quando è stata violentata, ancora minorenne. Mi ha sempre detto che il processo è stato peggio dello stupro, ti costringono a rivivere all’infinito quei terribili momenti, mettono in dubbio tutto quello che dici come se fossi tu la colpevole. A distanza di anni sento ancora la sua mano sotto alla mia maglietta.

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