Notte in bianco

Lo scorso fine settimana ho passato la notte in bianco. Quando sono andata a letto ho sentito che qualcosa non andava, ma ho preferito non prendere sonniferi. Mi sono addormentata dopo un tempo accettabile, per qualche ora ho avuto un sonno molto agitato, svegliandomi continuamente. Alle 2 mi sono svegliata definitivamente e ho capito che il sonno non sarebbe più arrivato fino alla notte successiva, e così è stato (anche perché ormai era tardi per prendere il sonnifero). Il giorno dopo ovviamente ero sfinita, ma per fortuna era domenica e non dovevo andare a lavorare. Una parte di me mi diceva “cazzo avevi il sonnifero sul comodino, perché non lo hai preso???”, l’altra parte, quella che aveva ragione, rispondeva “capita a tutti di passare una notte in bianco”. E’ proprio così, capita a tutti. Non devo sempre ricondurre tutto alla mia maledda malattia, altrimenti penserò di non essere mai guarita, nemmeno se e quando starò “bene come gli altri”.

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Misofonia

da quando sono ragazzina ci sono alcuni suoni come sentire gli altri masticare o respiare che mi fanno letteralmente impazzire, provocandomi una profondissima ansia e spesso anche rabbia difficile da controllare. non l’ho mai detto a nessuno, anche se a casa devono essersene accorti per forza, visto che quando siedo a tavola con loro uso le cuffie antirumore, perché mi vergognavo, pensavo da una parte che fosse una mia stranezza, dall’altra che fosse comprensibile che il fatto mia mamma in particolare produca tutti questi rumori molesti fosse normale che mi desse fastidio. ieri ho scoperto prima di tutto che questo disturbo ha un nome, misofonia appunto, e che non sono l’unica a soffrirne. insorge tra l’infanzia e l’adolescenza, i rumori che danno fastidio più di frequente sono quelli che fanno impazzire anche me, se gli stessi suoni sono emessi da un bambino sono tollerati senza problemi. questo disturbo è collegato a problemi psichici come disturbo ossessivo compulsivo e la mania di controllo (che mi porta a non sopportare che gli altri non facciano quello che vorrei facessero). la descrizione scientifica mi calza a pennello.

Grazie dr. Oz

In America spettacolarizzano tutto, anche la medicina. C’è un programma simpatico che ogni tanto guardo, il “dr. Oz show”. Di recente ho visto una puntata in cui spiegava che chi non riesce a dire mai di no ha fino al 70% di probabilità in più di ammalarsi di cancro. A me sinceramente sembra una cazzata, ma mi ha aiutata a riflettere su quanto possa fare male al nostro fisico e alla nostra mente non riuscire a dire di no. Per non deludere gli altri siamo disposti a fare cose che non ci vanno, a sorridere quando dentro stiamo morendo perché non vogliamo farli preoccupare, a sentirci egoisti se facciamo qualcosa per noi. Pur non temendo che tutto questo mi faccia venire un tumore come sostiene questo simpatico dottore, gli ho dato ascolto e ho detto il mio primo no. In ufficio tutti sono abituati che quando c’è qualcosa che nessuno vuole fare la faccia io, che poi rimango indietro con il mio lavoro per fare quello degli altri. L’altro giorno ho lasciato che una collega si arrangiasse, gli ho detto che non avevo tempo anche se non era vero. Ho ricacciato dentro lo stomaco i sensi di colpa, la paura che si arrabbiasse. Se l’è presa, mi ha fatto delle frecciatine ma io ho fatto finta di niente, aspettando che le passasse. E con mio grande stupore non è caduto il mondo solo perché per una volta ho detto di no. Quindi ho deciso che lo farò ancora. Provateci, non avete idea di quanto faccia sentire liberi e forti.

Amore e protezione

Ho detto alla psicologa che ho l’impressione che i suoi discorsi siano molto astratti, che quando le faccio una domanda lei non mi dia veramente una risposta ma faccia come certi politici: mentre parlano fanno un bel discorso e tu li applaudi, ma quando hanno finito di parlare ti accorgi che non hanno detto niente, e ti senti stupido per non essertene accorto subito. Le ho chiesto di nuovo se posso registrare le sedute, non mi ha risposto niente e questo mi ha dato fastidio. A fine seduta gliel’ho fatto notare e mi ha risposto che doveva informarsi sulle implicazioni etiche e legali, e si è scusata per non avermi dato subito una risposta. Ieri ho deciso che dopo le sedute dalla psicologa mi prenderò tutto il pomeriggio libero e non andrò a lavorare: ho bisogno di digerire quello che ci siamo dette, di elaborarlo, di trasformarlo in parole come sto facendo ora. Anche così mi sembrerà meno campato in aria e avrò la sensazione che stiamo facendo qualcosa di concreto. Quello che mi rimane di ieri è che per me amare vuol dire proteggere e non far soffrire. Quando la mia depressione era al suo apice e l’unica cosa che disperatamente volevo era morire, il fatto che tante persone mi volessero bene per me non solo non era bello (quando stai veramente male niente può consolarti), ma rappresentava l’unico ostacolo tra me e il suicidio, tra me e l’unica soluzione che mi avrebbe permesso di liberarmi di questa atroce sofferenza. Non potevo sopportare l’idea di fare tanto male alla mia famiglia e ai miei amici. Resistevo solo per quello, avrei voluto sparire senza che nessuno se ne accorgesse, senza che nessuno sentisse la mia mancanza. Essere amata mi rendeva infelice, quasi detestavo quelle persone. Ecco, perfino nel momento in cui stavo tanto male da non riuscire a ragionare, io sono stata così “abnegante” (come definiscono nel film “Divergent” le persone che si prendono cura del prossimo) da mettere il dolore degli altri prima della mia felicità. Ragionando per parallelismi, se questo è il mio modo di amare, è anche quello che ho bisogno di ricevere dagli altri: amore per me significa proteggere e non far soffrire. Altrimenti mi proteggo da sola chiudendomi. E  mia mamma  non mi hai mai ascoltata. Mai. Mai. Mai. Ora sono adulta e ragiono da adulta, ma quando ero piccola questa mancanza di attenzione e di affetto mi ha fatto molto soffrire, credo sia una delle ragioni che mi ha portata ad ammalarmi, sicuramente è uno dei motivi per cui ho iniziato a nascondere le mie emozioni e chiudermi. Anche nascondere le mie emozioni negative in realtà fa sempre parte del prendersi cura degli altri, di proteggerli e non farli soffrire. Solo che è impossibile non far mai soffrire nessuno e che nessuno ti faccia mai soffrire. La psicologa mi ha fatto notare una cosa della quale ovviamente non mi sono accorta ma che è un nodo fondamentale: non è passata una sola seduta senza che io esprimessi apertamente il mio bisogno di essere ascoltata.

Mr. Beaver (spoiler)

E’ un film particolare, racconta la storia e le difficoltà di un uomo che soffre di depressione alla quale si vanno successivamente ad aggiungere altre patologie psichiatriche. Per certi versi è un film molto forte, sicuramente toccante, soprattutto per chi conosce in prima persona la malattia, ma anche per chi convive con una persona malata. La particolarità di questo film è proprio quella di mettere in evidenza quanto possa essere difficile, soprattutto per un figlio adolescente, avere un genitore depresso. O meglio, non avere un genitore. La rabbia, il dolore, ma ancora più forte la paura di diventare come lui. Analizzare ogni tua piccola emozione, ogni comportamento, ogni abitudine, ogni tic, con il terrore di scoprire delle somiglianze, e non desiderare altro che essere diverso da lui.

Mia mamma soffre di depressione da prima che io nascessi. E’ stata incapace di amarmi come io avevo bisogno. L’ho odiata, a volte la odio ancora, perché mi ha sempre nutrita con il suo veleno, e quando mi sono ammalata di depressione la paura più grande era proprio di diventare come la persona che odiavo di più e che era responsabile della mia malattia. Dire che la odio è in realtà esagerato, le voglio bene, ma odio quella parte di lei che non si lascia penetrare dalla felicità, che non fa altro che piangersi addosso, che cerca compassione invece che donare conforto, che è quasi contenta di stare male, che sporca tutto quello che viene a contatto con lei, che smorza ogni entusiasmo e felicità negli altri, che rende buio tutto quello che tu vedi come luce. E’ questo che odio di lei, è questo che temevo di diventare. Con il passare del tempo ho capito che ho solo la sua stessa malattia, ma io non sono mia mamma. E non sono nemmeno quella malattia.