Rabbit Hole

Ho visto un bel film, “Rabbit hole”, Nicole Kidman davvero brava e credibile, ve lo consiglio. Premessa: potete leggere tranquillamente questo post, non faccio spoiler. In questo film ci sono diverse persone accomunate da uno stesso dolore, e “stranamente” ognuna di loro lo vive in modo molto diverso dagli altri, molto diverso anche dal modo che si aspetterebbe chi vede la vicenda da fuori. Mi ha fatto riflettere su di me, su quante volte ho messo l’etichetta “giusto” o “sbagliato” ai miei sentimenti, a quante volte mi sono sentita in colpa, soprattutto all’inizio della malattia, quando è la depressione stessa a generare assurdi e fortissimi sensi di colpa, perché quando mi capitava qualcosa di brutto stavo più male del dovuto, paragonando gli altri a me stessa e vedendo che una situazione che mi gettava nello sconforto più nero per gli altri non era più che un fastidio. Devo smetterla di farmi queste paranoie, anche se per me è difficile. Determinate situazioni mi fanno soffrire. Tanto. Agli altri no? Io non sono gli altri. Ho diritto di soffrire, ho diritto di provare emozioni tutte mie, finché non la smetterò di cercare di controllarle, saranno loro a controllare me.

Non ce la faccio

Da circa una settimana, da quando è iniziato il caldo, sono peggiorata moltissimo. Ho ricominciato a soffrire di insonnia e ad avere crisi depressive sempre più forti e frequenti. In questi momenti il terrorre mi paralizza, smetto di pensare in maniera razionale. Mi sveglio la mattina stanca per non aver dormito e inizio già a piangere, in parte senza motivo, in parte pensando a quanto sarà dura dover affrontare la giornata quando sono le 8 e sono già così stanca. Quando cerco di calmarmi guardando le cose da una prospettiva più razionale non faccio altro che generare altre paure che nutrono quelle che ho già nella mia testolina. Invece che convincermi che una notte in bianco non è una tragedia e capita anche alle persone “normali”, invece che pensare che devo tenere duro solo qualche ora e poi potrò prendere un sonnifero e recuperare il sonno perduto, inizio a disperarmi perché mi stavo abituando a stare bene, e non voglio ricominciare a stare male, non potrei sopportarlo, non potrei sopravvivere, inizio a chiedermi come ho fatto per anni a far finta di niente convivendo con questo mostro orribile che mi divorava e dico a me stessa che non ce la faccio ad affrontarlo di nuovo. Cerco di calmarmi, penso che potrei tornare dallo psichiatra per cambiare terapia, ma l’unico pensiero che riesce a farsi spazio nel mio cervello è sempre lo stesso: non ce la faccio. Come se non ci fossero alternative, come se non ci fossero medicine, come se non ci fosse la possibilità che sia una crisi passeggera, tutto il dolore del passato torna a travolgermi, e con esso la voglia inesorabile di farla finita, perché non riuscirei a passare di nuovo attraverso quell’inferno. Non importa se probabilmente non è necessario che io trovi la forza di affrontarlo di nuovo, perché è solo una mia paura. La mia paura è talmente forte che diventa reale. Il dolore che ho affrontato e che credevo di aver superato ritorna in tutta la sua potenza a travolgermi, e non è più passato, lo sto vivendo in quel momento. Rientro nella spirale oscura dalla quale, se riuscissi a pensare in maniera razionale, mi renderei conto di essere uscita e che invece di nuovo mi fa precipitare. L’angoscia è così mostruosa che non riesco nemmeno a piangere. Riesco solo a ripetermi ossessivamente “non ce la faccio”.

Vi spiego perché non sono una pericolosa assassina

Nel post precedente mi lamentavo del largo uso che i giornalisti fanno della parola depressione associata ad omicidi. Ho già spiegato perché questa cosa mi dia fastidio, ora vorrei spiegare perché, dall’alto della mia pluriennale esperienza di malata di mente, la ritengo una grandissima cazzata. Quando sei depresso è già una fatica immane alzarsi dal letto la mattina. Io ci mettevo anche 20 minuti a togliermi il pigiama. Riuscire a lavarsi è una conquista da festeggiare. Se non fosse che non hai nessuna voglia di festeggiare. A dire il vero non hai nessuna voglia di fare niente. E non c’è niente che ti possa far star meglio. Sei senza forze, l’unico motivo per cui continui la tua vita abituale, vai in ufficio, a fare la spesa, ecc. è che hai inserito il pilota automatico. Non provi più piacere in niente: cibo, svago, shopping, la bellezza della natura… Nemmeno l’affetto di amici e parenti. Sembra cinico ma io sono una delle poche privilegiate a non essere stata abbandonata da tutti, anzi amici e famiglia non facevano altro che dirmi quanto mi volessero bene, ma a me non fregava niente.  Ok ora che siete riusciti ad entrare un po’ (e sottolineo un po’ perché nessuna parola può descrivere questo inferno) nel corpo e nella mente di una persona che soffre di depressione, pensate davvero che possa commettere un omicidio? Dove troverebbe la lucidità di architettare un piano, trovare un alibi, mentire? Dove troverebbe la forza di procurarsi un’arma o alzare la mano contro qualcuno quando solo lavarsi i denti diventa uno sforzo disumano? Dove troverebbe la rabbia se non sente niente? Dove troverebbe la voglia di uccidere qualcuno se l’unica persona della quale gli interessa è sé stesso? E sé stesso è anche l’unica persona che vorrebbe uccidere. Non prova rancore verso gli altri, sente che tutta la colpa del fatto di stare male e di ogni altra cosa che succede al mondo è colpa sua. Quindi perché dovrebbe uccidere qualcun altro?

E ora vado a prendere i miei psicofarmaci, così state tutti più tranquilli. Anche oggi non ucciderò nessuno. Probabilmente non ucciderò nemmeno me. Tanto ci pensa LEI ad uccidermi lentamente.

Non sono una pericolosa assassina

Ultimamente tra i giornalisti va di moda, quando danno la notizia di un omicidio, aggiungere che l’assassino era depresso. Vaffanculo, anche io sono depressa ma non ho mai ucciso nessuno. Chi ammazza l’ex moglie perché non accetta la separazione, chi spara a caso dalla finestra, chi fa schiantare un aereo pieno di persone, non è depresso. Magari ha altre malattie mentali che non sta a me identificare, una volta sarebbe stato etichettato come matto, ma adesso che va di moda il politicamente corretto questa brutta parola non si può più usare, e allora usiamo il termine depresso che è più raffinato. Chi se ne frega se è sbagliato, chi se ne frega se chi soffre di depressione è costretto ancora una volta a nascondersi perché chi lo circonda non inizi a sospettare che possa compiere chissà quale efferato crimine. Chi se ne frega se esiste una definizione che si usa in tribunale: incapace di intendere e di volere, che rende meglio l’idea senza porre marchi infamanti su persone che soffrono. A proposito, cari giornalisti, non so se vi è venuto in mente, ma magari qualcuno di questi assassini non è depresso o matto o quello che volete voi. Magari è semplicemente stronzo.