Parole

Sia il mio capo che i miei genitori, in particolare mia madre, non mi fanno mai finire una frase. Secondo il mio capo non è maleducazione, e nemmeno mancanza di rispetto. Si è creato un mondo tutto suo con regole tutte sue in cui tutto quello che fa lui è buono e giusto, e solo gli altri sbagliano, e ovviamente accusa gli altri di non ammettere di sbagliare. Quello che accomuna tutti e tre è che se io mi arrabbio, giustamente, per essere stata interrotta, e soprattutto perché questo avviene da quando ho memoria in maniera sistematica, cercano di farmi passare per cattiva. Non ricordo più nemmeno quante volte mi sono ripromessa di non aprire più bocca con loro, di parlare solo con chi mi ascolta. Ogni volta ci ricasco. Perché per un periodo (cioè finché sto muta) va tutto bene, e allora mi scivola qualche parola in più e la storia ricomincia. Però stranamente in passato ogni volta che succedeva mi faceva più male, ora invece ogni volta mi fa un po’ meno male. Forse perché ho capito che, come dicono gli americani “la prima volta che mi freghi è colpa tua, la seconda volta che mi freghi è colpa mia”. Non ho intenzione di colpevolizzarmi, loro sono incapaci di ascoltare e devo accettare la situazione visto che non posso cambiarla. Mi impegnerò a parlare solo quando interrogata e a rispondere solo con una parola alla volta. Ma non ho intenzione di colpevolizzarmi se non ci riesco. Sono stanca di star male per loro.

L’interpretazione dei sogni

Da quasi un anno una collega mooooooolto cattiva e sadica che mi aveva presa di mira, si divertiva a farmi del male (riuscendoci) e comportandosi da pazza (nascondendomi carte importanti o insultandomi davanti ai clienti) cercava di screditarmi agli occhi dei titolari. Mi faceva mobbing, e non è il solito abusato modo di dire che usa chiunque abbia un collega rompicoglioni. Lei mi aveva espressamente detto che faceva tutto questo per spingermi a licenziarmi. Nonostante sia passato tutto questo tempo, e io ovviamente abbia tratto un grande sollievo dal fatto di non dover vivere più con questa persona cattiva, anche stanotte ho sognato che tornava a lavorare nella mia stessa ditta e ricominciava a comportarsi con la solita prepotenza (cosa che i miei titolari non le hanno mai impedito di fare nonostante fossero perfettamente a conoscenza della situazione, e probabile con-causa della mia depressione). Non serve scomodare Freud per capire che questi sogni ricorrenti (almeno 1-2 volte al mese da quasi un anno) significano che la ferita è ancora aperta. Non so se si può definire sindrome da stress post traumatico, ma ci vado molto vicino.

L’unico che poteva aiutarmi

Quando la psicologa mi ha invitato a riflettere sul perché io stessi così male quando, ad esempio, una visita non andava come volevo o come mi aspettavo io gli ho detto che è perché il medico o chi per lui in quel momento era l’unico che poteva aiutarmi, e non l’ha fatto. Anche se non l’ho detto in maniera esplicita penso lei abbia capito che intendevo che mi sentivo come una persona che sta affogando, e l’unica persona che può salvarmi se ne sta lì a guardarmi mentre vengo sommersa dalle onde. Dal mio punto di vista è ancora più grave se a fare questo è una persona che per professione, almeno in teoria, dovrebbe guarirti, e invece non lo fa, a volte anche se sarebbe in grado di farlo. E io continuo a star male per colpa sua. Ogni volta che succede mi sento ferita in un modo inspiegabile, e la delusione mi porta a piangere tutte le mie lacrime. La psicologa ha sottolineato che io dico che “in quel momento quella era l’unica persona che poteva aiutarmi”. Secondo lei do troppa importanza agli altri, e dovrei ricordarmi che la persona che più di tutte può aiutarmi sono io stessa. Volevo spiegarle che io non sono in grado di curare da sola le mie malattie (se mi rompo un braccio e vado al pronto soccorso e non mi ingessano, non posso tornare a casa bella sorridente pensando che posso arrangiarmi). In questo sicuramente non ci siamo capite. O almeno non c’è stato il tempo di farlo, perché era già passata un’ora. Vedremo.

Chiedere aiuto

Quando esprimo a qualcuno il mio disagio, il mio bisogno di attenzione, quando chiedo aiuto più o meno esplicitamente e non lo ricevo, invece che insistere mi chiudo. La psicologa mi ha fatto notare che in alcune condizioni (come ad esempio dal posturologo, che deve seguire contemporaneamente 15 persone, tutte che stanno male come me) magari qualcun altro riceve più attenzione proprio perché è più insistente. Dice che la bambina che è in me piange e strilla e si chiede come mai nessuno la senta. Dice che però l’adulta esteriormente rimane tranquilla e non mostra di avere bisogno di aiuto. Da quello che diceva sembrava bastasse chiedere. Hanno iniziato a scorrermi le lacrime, perché, le ho risposto, non è detto che solo perché chiedi aiuto questo ti venga dato. E il dolore di tutte le volte in cui non era successo è tornato a travolgermi.

Aspettative non realistiche

Secondo la mia psicologa uno dei motivi per i quali mi faccio deludere così facilmente e poi ci resto così male è il fatto che ho delle aspettative molto alte, ed è facile che non si realizzino. Soprattutto quando vado da un medico (e questo problema in questo periodo ce l’ho in particolare con il mio psichiatra) mi aspetto di essere ascoltata, capita, che mi vengano spiegate le cose in termini comprensibili, che risponda alle mie domande, che mi dedichi la sua completa attenzione per tutto il tempo che mi serve. Soprattutto se pago. Invece può succedere che dopo appena 5 minuti lui guardi l’orologio o cerchi ci tagliare corto. Io invece che farmi forza e spiegare le mie necessità mi blocco. E ci resto ancora peggio. Lei mi ha detto che a volte può succedere che la persona che ho di fronte abbia effettivamente altri pensieri per la testa e che questo è normale. Io le ho risposto che non me ne frega niente se uno ha altri pensieri, io guadagno la metà di un medico, e anche se sto male, se ho avuto una giornata di merda, se il mio capo è uno stronzo, quando ho davanti un cliente sono sempre gentile e sorridente, anche quando quel cliente è un rompiballe che si meriterebbe di essere mandato a fanculo. Lei mi ha fatto notare che solo perché io sono così non posso pretendere che lo siano anche gli altri.

Oggi sono stata brava

Sono andata dal medico con l’esito degli esami del sangue: insufficienza renale. Mi ha detto di stare tranquilla, che non è niente di grave, che è facile che con tutte le medicine che assumo i miei reni siano affaticati, e poi ha aggiunto “Questi valori sarebbero normali se tu avessi 70 anni”. Peccato che ne ho 32. Il mio dottore è bravo in molte cose ma non certo a consolare le persone, perché anche se non è grave, alla mia età sapere che un’altra parte del mio corpo sta smettendo di funzionare non è il massimo, soprattutto se sommato a tutti gli altri problemi di salute che ho già. Non l’ho presa benissimo, anzi l’ho presa davvero male. Peggio di quanto avrei dovuto visto che non sono in pericolo di vita. Anche perché quando sono tornata a casa mia mamma mi ha domandato com’era andata e poi COME SEMPRE non mi ha ascoltata, prestando più attenzione al suo orologio nuovo che a me. Forse è stato questo a farmi più male della diagnosi. Insomma, prima mi sono depressa, poi mi sono sentita stupida a piangere per così poco, poi mi sono detta che devo essere più forte. Poi mi sono detta che non è vero un cazzo che devo essere più forte, che anche se per una volta sono debole non succede niente. Ho deciso che non volevo avere i sensi di colpa perché ero triste all’idea di avere un problema di salute, per quanto piccolo. Ho iniziato a cambiare. Grazie alla mia psicologa. Ma anche grazie a me. Per questo oggi mi dico BRAVA!

Papa Francesco

Udienza generale del 18/03/2015

I bambini hanno la capacità di sorridere e di piangere. Alcuni, quando li prendo per abbracciarli, sorridono; altri mi vedono vestito di bianco e credono che io sia il medico e che vengo a fargli il vaccino, e piangono … ma spontaneamente! I bambini sono così: sorridono e piangono, due cose che in noi grandi spesso “si bloccano”, non siamo più capaci… Tante volte il nostro sorriso diventa un sorriso di cartone, una cosa senza vita, un sorriso che non è vivace, anche un sorriso artificiale, di pagliaccio. I bambini sorridono spontaneamente e piangono spontaneamente.  Dipende sempre dal cuore, e spesso il nostro cuore si blocca e perde questa capacità di sorridere, di piangere. E allora i bambini possono insegnarci di nuovo a sorridere e a piangere. Ma, noi stessi,  dobbiamo domandarci: io sorrido spontaneamente, con freschezza, con amore o il mio sorriso è artificiale? Io ancora piango oppure ho perso la capacità di piangere? Due domande molto umane che ci insegnano i bambini.