Crisi

Sabato ho avuto una bruttissima crisi. Ho iniziato a sentirmi male in tarda mattinata, ho cercato di distrarmi ma l’umore continuava a peggiorare, finché non ho iniziato a piangere a dirotto. Non era successo niente, semplicemente mi sentivo addosso tutta la tristezza del mondo. E poi ero così debole… Ho preso due antipsicotici, niente. Ho provato a riposarmi, niente. Ho provato a prendermi cura delle piante, niente. Ho provato a guardare la TV, niente. Sempre peggio. A metà pomeriggio mi ha chiamato il mio migliore amico, non sono riuscita nemmeno a parlare con lui, ho solo pianto, senza motivo. Oltre a questa profonda tristezza ed estrema debolezza, mi sentivo strana, come se non fossi io. Come se questa giornata infernale non la stessi vivendo io ma stessi guardando un film o stessi facendo un sogno dal quale non riuscivo a svegliarmi. Magari è un meccanismo di autodifesa che innesca il cervello quando stiamo tanto male. In “Dracula” Bram Stoker racconta che la madre di Lucy, gravemente malata di cuore e alla quale la più piccola emozione può essere fatale, non si accorge che la figlia sta velocemente deperendo e rischia di morire, e fornisce questa stessa spiegazione. Alla sera, stremata, mi sono sforzata di mangiare, anche se non avevo fame. Avevo la nausea, prima mi sono fatta una tisana con zenzero e cannella, poi temendo di vomitare ho preso un antiemetico. Mi sentivo sempre più strana. Sono andata a letto, ho dormito bene, mi sono svegliata, ho fatto colazione e sono tornata a dormire. Quando ho preso le pastiglie mi sono resa conto di cos’era successo: la mattina precedente avevo dimenticato di prenderle. Cazzo un solo giorno senza medicine e vado già in astinenza. Che palle.

Panta rei

Panta rei, tutto scorre. Domenica, mentre lanciavo il mio anatema contro chi si piange addosso, ho avuto una crisi depressiva. Non riuscivo a smettere di piangere. Può sembrare paradossale o ipocrita, ma non lo è. Piangere è diverso dal piangersi addosso. Mio fratello sta passando un momento difficile, mi sentivo triste, frustrata, impotente, in parte anche colpevole, anche se non lo sono. Una volta tanto sono riuscita a non tenermi tutto dentro, a lasciare che le mie emozioni uscissero, che scorressero assieme alle lacrime. Piangevo come una bambina, senza frenarmi. I bambini sanno tutto. Sanno che quando stai male DEVI piangere, cosa che quando sei adulto spesso disimpari a fare. Poi ho dormito, stranamente bene. Al mattino mi sono svegliata e le lacrime hanno ricominciate a scorrere, subito. Ho preso il telefono e chiamato il mio capo “Sto male, oggi non vengo a lavorare”. Sono tornata a letto, mi sentivo stanca. Dopo un paio d’ore faticosamente mi sono alzata, ho fatto colazione. Ancora più faticosamente mi sono lavata e cambiata. Quando sei depresso lavarti è una delle cose più difficili, non so perché. Ho preso la bicicletta e sono andata dal mio medico di base. La segretaria si è lamentata perché non avevo un appuntamento. Eh già, perché avrei dovuto saperlo prima che sarei stata male. Non le ho risposto come meritava, non tanto per educazione quanto per mancanza di forze. Il dottore mi ha fatta entrare quasi subito, sono stata sincera, gli ho detto cosa era successo e come stavo. Mentre parlavo non sono riuscita a trattenere le lacrime. E’ stato gentile, mi ha ascoltata, mi ha dato un fazzoletto e 3 giorni di malattia. Mi ha spiegato che lui non regala i giorni di malattia, che quello che avevo non era un semplice malumore ma una malattia appunto. E per questo avevo bisogno di curarmi e stare a casa. Ha capito, non mi ha sottovalutata. E’ stato bravo. Nei giorni successivi mi sono riposata moltissimo. Pensavo che avrei letto invece ho quasi sempre dormicchiato, avevo una costante sonnolenza… Aveva ragione il dottore.

Le donne belle sono quelle felici

Odio le persone che si piangono addosso. Ho un paio di colleghe musone, e questo atteggiamento nei confronti della vita mi sta proprio sul cazzo. A loro non manca niente: salute, lavoro, affetti… Eppure sono sempre scontente di tutto, hanno sempre qualcosa di cui lamentarsi, sono sempre invidiose degli altri, di tutti, perfino di me che ho passato anni con l’unico pensiero di quale fosse il modo migliore per uccidermi. A loro sembra sempre che gli altri abbiano qualcosa in più, che a loro manca. E in un certo senso è vero. Io per esempio ho una maglietta, bellissima, rossa (una delle mie due colleghe si veste sempre di nero), con scritto “le donne belle sono quelle felici”. Odio anche fare shopping, ma quando l’ho vista mi è venuto naturale comprarla, e la sfoggerò in ufficio, assieme al mio miglior sorriso. Nonostante soffra di una malattia che ha come caratteristica principale proprio quella di volerti togliere il sorriso, nonostante gli occhi mi brucino ancora per quanto ho pianto dopo aver sentito al telefono mio fratello (sono tanto preoccupata per lui), nonostante soffra di dolori cronici da così tanto tempo che non mi ricordo più nemmeno come si sta quando si sta bene, nonostante le mie colleghe lamentose-spaccacazzi siano le migliori alleate immaginabili per la depressione. Loro hanno la possibilità di essere felici e hanno scelto di essere infelici. Io non ho scelto di essere depressa, ma posso scegliere di essere più forte di loro, della malattia, dei pugni in faccia che ti dà la vita. Ho scelto di essere viva e felice. Ho scelto di non essere come loro. E se la mia maglietta farà pensare loro che per me la vita sia più facile che per loro, tanto meglio. Se saranno ancora più invidiose di me peggio per loro. Non ho nessuna intenzione di farmi compatire. Il mio sorriso e la mia maglietta sconfiggeranno loro e la mia maledetta malattia.

Depressione, il male che non ammette coming uot

Si può fare coming out di tutto (fortunatamente) nella nostra società. Ma di una cosa no: il malessere psichico. Depressione, esaurimento, panico non sono perdonati. Ci condannano colleghi, amici, addirittura la famiglia. Quanti di noi hanno liquidato conoscenti colpiti dal male oscuro con un’odiosa parola (che andrebbe bandita): pazzo. Quanti si sono sentiti a loro volta definire “malati”. Parole che scavano un confine e condannano alla solitudine. Milioni di italiani vivono con questi terribili compagni accanto. Si aggrappano, come a un salvagente, ad antidepressivi e ansiolitici, nel terrore di perdere lavoro e affetti. Incapaci di vivere. Di essere.

Accade magari all’improvviso: una mattina ti accorgi che un diaframma ti separa dal mondo, dalla vita. E’ una crisi di panico che ti toglie l’aria, un malessere che cerchi nel corpo, ma non trovi. Dove allora, dove? Nella testa, la sede più profonda di te. Sì, allora è vero, sei pazzo, se d’un tratto non riesci più a uscire, ad attraversare la strada. A vivere. Difficile immaginare sofferenza più acuta, ma invisibile, impossibile da esprimere perché non possediamo più le parole per farlo. Ce l’hai dentro, ma non sai dove, non capisci cosa sia. Sei tu, è la risposta che ti suggeriscono gli altri. E ti ritrovi disperatamente solo.

“Tutto fa gorgo”, diceva il poeta Adriano Guerrini. Sei “nella selva oscura” scriveva Dante. Infinite le citazioni possibili – a cominciare dal “Male Oscuro” di Giuseppe Berto – non per sfoggio, ma per accorgerci che tanti sono soli insieme con noi. E’ il primo passo per uscirne: condividere la sofferenza. Evitandolatentazionedelsensodicolpa. No, il disagio non è una colpa. E’ inutile puntare il dito contro se stessi, ma anche contro genitori o coniugi. Cause, però, ce ne sono, come dice Caterina Bonvicini: “La depressione è quel groviglio di errori (di questioni non risolte, aggiungiamo noi) che a un certo punto ti crolla addosso intero”.

E’ un male oscuro che richiede di essere chiarito. Non c’è altra via di uscita: uno sforzo sovrumano per ricomporre la propria esistenza. Si può trovare un primo sollievo nei farmaci, nell’attività fisica che ci rimette in sintonia con il corpo, il nostro legame con il mondo. Ma occorre affrontare quei nodi, per ritrovare in se stessi un compagno, non un nemico. Solo chi ci è passato sa quanto sia doloroso. Ma il male può diventare un’occasione irripetibile. Se ne esce da soli, ma con il conforto degli altri. E qui sì che ci sono colpe, della nostra società che ignora questo male per timore di esserne contaminata o di dover riconoscere le proprie mancanze. Dello Stato che non fornisce cure adeguate e accessibili a tutti. Ma se ne esce, magari all’improvviso come vi si era sprofondati. Racconta Hubert Selby Jrnel in “Canto della neve silenziosa”: un giorno esci di casa, cammini nel bosco coperto di neve. E sei di nuovo vivo.

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 13 gennaio 2014

Solo ansia

Anche oggi tutti i tg hanno riportato la notizia di una donna che per ben un anno e mezzo ha vissuto un inutile calvario: si è presentata diverse volte al pronto soccorso con dolori terribili, risposta dei medici “è solo ansia”, quando invece la causa del suo malessere erano garze e ferri chirurgici dimenticati nella pancia durante un intervento. Ora, a parte che penso che anche io toccando la pancia di una persona in quelle condizioni mi sarei resa conto che qualcosa non andava, o perlomeno mi sarei posta il dubbio che avesse qualcosa di meglio da fare che aspettare ore e ore in pronto soccorso, quindi forse se era lì era perché stava davvero male, la questione è anche un’altra, anzi due. La prima è che le dicevano che aveva “solo” ansia, come se fosse una cosa trascurabile, una cosa da poco. Cazzo ma loro sanno cosa vuol dire soffrire di ansia? Quanto puoi stare male? Come si permettono di dire “solo” ansia? La seconda considerazione, che ho già fatto più volte su questo blog è che la quasi totalità dei medici è convinto che se tu soffri di ansia tu abbia una specie di vaccino che ti impedisce di avere qualsiasia altra malattia. Qualsiasi disturbo tu lamenti, infatti, ti verrà risposto come a quella povera signora (che oltretutto non soffriva nemmeno di ansia, era una scusa dei medici per non visitarla). Quindi puoi avere mal di denti, mal di testa, esserti rotto una gamba, avere un tumore, qualsiasi cosa, e ti verrà detto “stai tranquillo è SOLO ansia”. Pezzi di merda. Consiglio a tutti di fare, nel limite del possibile, come me: se andate a fare una visita medica non dite che soffrite di ansia e depressione, altrimenti non vi guarderanno nemmeno, oppure, se proprio siete costretti a dirlo perché assumete dei farmaci fatelo solo ALLA FINE della visita. Spero che le mie tantissime dolorissime esperienze negative servano di aiuto a chi legge. Per non finire come la poveretta della quale oggi parlano i tg…