Niente nuove, buone nuove

Nella ditta dove lavoro non si sa mai niente in maniera ufficiale, ci sono sempre voci che girano e segreti di Pulcinella. Gli operai mi hanno riferito, come se fosse una cosa già decisa e assodata, che verrà licenziata una mia collega impiegata, che a me ad essere sincera sta anche sulle palle perché è paranoica, stronza, maleducata, non perde occasione per cercare di screditarmi o di farmi del male gratuitamente, e poi il suo è letteralmente uno stipendio rubato, visto che arriva quando gli comoda, finisce quando vuole, si prende tutto il tempo per chiacchierare con i fornitori e nel frattempo io e le altre due impiegate dobbiamo rispondere al telefono o riscuotere i pagamenti al posto suo. Dovrei essere contenta, ma sono preoccupata. Prima di tutto perché ultimamente stanno licenziando diverse persone (tutti operai, a parte lei) quindi vuol dire che la situazione non è buona. E poi perché ogni cambiamento comporta il fatto di doversi adattare a qualcosa di nuovo, e questo, come quasi a tutti, mi spaventa. Temo anche che mi spostino dal mio tranquillo ufficio dove sono sola e in silenzio, dove ho sotto controllo gli operai, e mi mettano alla reception, in una scrivania scomoda (per i miei problemi alla schiena non è un fattore di poca importanza), in mezzo alla confusione degli altri uffici e senza più la possibilità di vedere gli operai, di parlare e confrontarmi con loro, cosa che anche dal punto di vista professionale in questi anni mi ha fatto crescere tantissimo, senza contare il rapporto di stima e affetto che si è creato con loro… Capiscono al volo quando sto male, mi aiutano a calmarmi quando sono stressata, posso sfogarmi, fare una risata o due parole con qualcuno che non mi vuol male, e poi alla reception sarei continuamente sotto il controllo del capo, tartassata anche se mi alzo in piedi un secondo per alleviare il mal di schiena. E come fare a fare finta di essere occupata quando non ho niente da fare? Per non parlare poi di ferie e permessi: già adesso, pur avendo pochissimo lavoro non posso mai rimanere a casa nemmeno se sto male, figuriamoci se venisse a mancare una persona, il mio capo vorrebbe che fossi presente in ogni singolo momento, il riposo che mi spetta per legge diventerebbe solo un’utopia… Insomma ho paura, sono in ansia, spero non sia vero, ed è paradossale considerando quanto male questa cattiva persona mi faccia gratuitamente.

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In time

L’altra sera ho guardato il film “In time”, con Justin Timberlake. Niente di eccezionale ma carino. Una cosa mi è rimasta: il fatto che siamo così abituati a fare tutto di corsa, in fretta, che lo facciamo anche quando non ne abbiamo bisogno. Mangiare in pochi minuti, camminare velocemente anche la domenica quando stiamo facendo una passeggiata, piccole cose, che però non fanno altro che aumentare la nostra ansia.

Collocazione provvisoria

E’ Pasqua. Almeno oggi la depressione non può vincere, oggi vince la gioia, vince il Signore, che ha sconfitto la morte ma soprattutto che ha condiviso, e condivide ancora, le nostre sofferenze. Ricordandoci che, come diceva don Tonino Bello, ogni croce è provvisoria. Condivido una sua riflessione, augurandomi che possa portare speranza a chi lo legge:

“Nel Duomo vecchio di Molfetta c’è un grande crocifisso di terracotta. L’ha donato, qualche anno fa, uno scultore del luogo. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: “collocazione provvisoria”.

La scritta che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell’opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso da lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito.

Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce, non solo quella di Cristo. Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non ti disperare, madre dolcissima, che hai partorito un figlio focomelico. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici.

Non angosciarti, tu che per un tracollo improvviso vedi i tuoi beni pignorati, i tuoi progetti in frantumi, le tue fatiche distrutte. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra.

Coraggio. La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria “. Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce.

C’è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo. “Da mezzanotte fino alle tre di pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell’uomo. Da mezzogiorno alle tre delpomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario, c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio. Coraggio fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. C’è anche per te una pietà sovrumana. Ecco già una mano forata che schioda dal legno la tua. Ecco un volto amico, intriso di sangue e coronato di spine, che sfiora con un bacio la tua fronte febbricitante. Ecco un grembo dolcissimo di donna che ti avvolge di tenerezza. Tra quelle braccia materne si svelerà, finalmente, tutto il mistero di un dolore che ora ti sembra un assurdo. Coraggio. Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio. Tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali e il sole della pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.”

Lamentazioni 3

[1] Io sono l’uomo che ha provato la miseria
sotto la sferza della sua ira.
[2] Egli mi ha guidato, mi ha fatto camminare
nelle tenebre e non nella luce.
[3] Solo contro di me egli ha volto e rivolto
la sua mano tutto il giorno.
[4] Egli ha consumato la mia carne e la mia pelle,
ha rotto le mie ossa.
[5] Ha costruito sopra di me, mi ha circondato
di veleno e di affanno.
[6] Mi ha fatto abitare in luoghi tenebrosi
come i morti da lungo tempo.
[7] Mi ha costruito un muro tutt’intorno,
perché non potessi più uscire;
ha reso pesanti le mie catene.
[8] Anche se grido e invoco aiuto,
egli soffoca la mia preghiera.
[9] Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra,
ha ostruito i miei sentieri.
[10] Egli era per me un orso in agguato,
un leone in luoghi nascosti.
[11] Seminando di spine la mia via, mi ha lacerato,
mi ha reso desolato.
[12] Ha teso l’arco, mi ha posto
come bersaglio alle sue saette.
[13] Ha conficcato nei miei fianchi
le frecce della sua farètra.
[14] Son diventato lo scherno di tutti i popoli,
la loro canzone d’ogni giorno.
[15] Mi ha saziato con erbe amare,
mi ha dissetato con assenzio.
[16] Mi ha spezzato con la sabbia i denti,
mi ha steso nella polvere.
[17] Son rimasto lontano dalla pace,
ho dimenticato il benessere.
[18] E dico: “È sparita la mia gloria,
la speranza che mi veniva dal Signore”.
[19] Il ricordo della mia miseria e del mio vagare
è come assenzio e veleno.
[20] Ben se ne ricorda e si accascia
dentro di me la mia anima.
….
[52] Mi han dato la caccia come a un passero
coloro che mi son nemici senza ragione.
[53] Mi han chiuso vivo nella fossa
e han gettato pietre su di me.
[54] Son salite le acque fin sopra il mio capo;
io dissi: “È finita per me”.
[55] Ho invocato il tuo nome, o Signore,
dalla fossa profonda.
[56] Tu hai udito la mia voce: “Non chiudere l’orecchio al mio sfogo”.
[57] Tu eri vicino quando ti invocavo,
hai detto: “Non temere!”.
[58] Tu hai difeso, Signore, la mia causa,
hai riscattato la mia vita.

2014-04-11

Finalmente sono riuscita a farmi la doccia. Da alcuni giorni mi mancava la forza e la voglia di fare tutto, perfino prendermi cura di me. Mi lavavo a pezzi, lo stretto indispensabile, ma per 5-6 giorni non sono riuscita a fare un bagno completo. La fatica era troppo grande. Alzarsi la mattina, lavarsi, cambiarsi, tutte cose che sembrano normali e che la maggior parte delle persone fa in automatico, senza rendersene conto, per me diventavano come scalare l’Everest. Fisicamente non mi sentivo stanca ma ero prostrata, non avevo interesse per nulla, ero totalmente apatica e priva di volontà. E’ stato molto brutto. Tutto è sfociato in una brutta crisi mercoledì, senza causa apparente, con il ritorno di pensieri ossessivi, tristezza immensa e l’impossibilità di smettere di piangere. Mi sentivo svuotata. E’ un malessere difficile da descrivere a parole. Il giorno successivo stavo già un po’ meglio ma ho chiamato lo stesso lo psichiatra che mi ha aumentato leggermente il dosaggio di uno dei farmaci. Ora sto meglio, e anche piccole cose, come appunto riuscire a farsi una doccia sembrano conquiste irraggiungibili fino al giorno prima. Quello che ho provato in questi giorni è stato talmente brutto da apparirmi ora irreale, come se mi fossi svegliata da un brutto sogno fatico a credere che sia successo davvero.

Da grande voglio fare la ballerina

L’altro giorno mentre tentavo di fare un esercizio di Pilates, cadendo continuamente, mi sono trovata a pensare alle ballerine di danza classica: compiono movimenti per i quali ci vogliono un’incredibile forza, equilibrio e concentrazione, ma lo fanno senza alcuno sforzo apparente, continuando a sorridere come se volteggiare sulle punte fosse la cosa più naturale del mondo. Voglio diventare come loro. Non nel senso che inizierò a ballare con indosso un tutù, ma voglio allenarmi ad essere sempre sorridente; la mia malattia, la depressione, ti fa perdere la voglia di sorridere. Perdere la voglia non significa perdere la possibilità di farlo. In questi giorni non sto tanto male ed è proprio questo momento che devo sfruttare per cambiare il mio modo di vivere, con leggerezza e sorriso.

Il dolore cronico porta a depressione

Indagine dell’Associazione Vivere senza dolore

Quasi 1 paziente su 2 è depresso, il 22% si sente impossibilitato a vivere e l’11% avverte una riduzione della dignità e della speranza. Il dolore e la malattia sono ancora difficili da comunicare e soprattutto da far comprendere a chi ha la responsabilità delle cure. L’iniziativa “Parole del dolore”, promosso dall’Associazione Vivere senza dolore Onlus, è dedicata ai pazienti che soffrono di dolore cronico, oncologico e non oncologico. Obiettivo dell’iniziativa, che aveva mosso i primi passi a marzo 2013, in concomitanza con il Congresso SIMPAR (Study In Multidisciplinary PAin Research), è quello di dar voce alle persone costrette a convivere ogni giorno con la sofferenza cronica, che spesso si sentono sole e incomprese, perché incapaci di esternare in maniera adeguata la propria condizione.  

 

Uno studio del Centro Neuropsicologico di Vigevano ha dimostrato forti corrispondenze tra la percezione e il racconto dei pazienti. In particolare, la depressione è stata rilevata nel 44% dei casi; la perdita di speranza e dignità si riscontra nell’11% dei malati,il 22% si sente impossibilitato a vivere, mentre per il 32% dei pazienti la sofferenza si ripercuote negativamente sulla qualità di vita e per il 34% influisce sulle relazioni interpersonali. “La parte di analisi psicologica del progetto Parole del Dolore, svolta con la collaborazione della Dott.ssa Simona Mennuni – spiega Nicola Allegri, psicologo e psicoterapeuta del Centro di psicoterapia di Vigevano e del Centro neuropsicologico Pavia-Vigevano- ha permesso di pervenire all’importante consapevolezza che la prassi clinica e il lavoro di ricerca, correlati al dolore cronico, siano imprescindibili dall’ascolto della voce di chi soffre. Questo è stato il nostro punto di partenza e ci proponiamo che rimanga la base della nostra attività, la quale si svilupperà sempre con l’obiettivo di avvicinare clinica e ricerca all’esperienza della sofferenza umana, che troppo spesso, purtroppo, viene trascurata”.

 

Le testimonianze – “Il dolore è impossibilità a vivere”. “Il dolore cancella i colori intorno a me”. “Ti sfinisce più della malattia”. “Perché devo aspettare la morte per non avere più dolore?”. Queste alcune delle 141 testimonianze di pazienti e cittadini, che hanno affidato alla scrittura pensieri ed emozioni suscitati dalla sofferenza. Frasi raccolte da Vivere senza dolore nelle piazze e negli ambulatori degli ospedali, trasmesse in diretta, tramite Facebook, ai medici riuniti al Congresso e lette in simultanea dai clinici, allo scopo di creare uno spunto di riflessione: un angolo di lettura del problema attraverso gli occhi del paziente. Ad un anno di distanza, le frasi hanno preso vita. Da una loro reinterpretazione in chiave poetica è nata un’installazione digitale interattiva, presentata in anteprima a Milano.

 

 “Un progetto innovativo – spiega Marta Gentili, Presidente dell’Associazione Vivere senza dolore – che ci auguriamo porti ad una maggior comprensione dei meccanismi che stanno alla base del dolore fisico e della sofferenza. La nostra ricerca ha evidenziato come questo problema impatti sull’esistenza dei malati in maniera devastante. Basta leggere le frasi raccolte per capire come sia assolutamente necessario trovare un linguaggio comune che permetta al clinico di comprendere quello che il paziente cerca di trasmettergli”.

http://www.salute24.ilsole24ore.com/articles/16523-il-dolore-cronico-br-porta-a-depressione